Intelligenza artificiale: progresso o illusione?
La domanda da cui tutto parte
Negli ultimi anni mi chiedo sempre più spesso se lo sviluppo digitale stia davvero andando a vantaggio dell’uomo oppure stia arricchendo soltanto quei quattro o cinque miliardari che possiedono già una parte enorme della ricchezza mondiale.
È una domanda semplice, ma appena la si pone si rischia subito l’accusa di essere “contro il progresso”.
I primi segnali d’allarme
Il fallimento improvviso – ma non sorprendente – della catena Trony è solo la punta dell’iceberg. Le geniali intuizioni dell’e-commerce hanno portato enormi benefici ai consumatori, ma hanno anche distrutto molti più posti di lavoro di quanti ne abbiano creati, come ha rilevato l’Economic Policy Institute americano.
E la minaccia non finisce qui:
molti dei nuovi posti creati dai giganti della vendita online sono di livello bassissimo e destinati a essere presto sostituiti dai robot.
Lo dimostrano le soluzioni logistiche già adottate nei magazzini di Alibaba.
L’equivoco sull’intelligenza artificiale
Quando parliamo di “intelligenza artificiale” tendiamo a caricarla di significati impropri.
In realtà si tratta di una straordinaria potenza di calcolo. I nuovi supercomputer – come il cinese Sunway TaihuLight, capace di 93 petaflop, ossia 93 milioni di miliardi di operazioni al secondo – aprono scenari inimmaginabili.
Sono strumenti potentissimi per lavorare con big data e algoritmi, che oggi influenzano marketing, comunicazione e molti altri settori.
Ma il potere non è neutro
Proprio negli ultimi anni abbiamo visto gli effetti devastanti di un cattivo uso degli algoritmi: interferenze nelle elezioni, violazioni della privacy, incidenti delle auto senza pilota, fino alle misteriose “risate notturne” degli assistenti vocali.
Sono segnali che ci ricordano quanto sia fragile la nostra fiducia nella tecnologia quando viene utilizzata senza una visione etica.
Il problema non è la tecnologia, ma come la pensiamo
David L. Rogers, tra i massimi studiosi della trasformazione digitale, sostiene che:
“La trasformazione digitale non riguarda l’innovazione tecnologica, ma il miglioramento del nostro pensiero strategico.”
Giulia Baccarin, tra le figure più competenti nel campo degli algoritmi, avverte che le macchine imparano dai nostri bias. Se non si parte da una diversità di visioni, l’I.A. non farà che amplificare i pregiudizi già presenti.
E ha ragione:
il pregiudizio non nasce con internet, ma oggi ha un amplificatore potentissimo.
Una tecnologia che aiuta, non che sostituisce
A questo punto la strada mi sembra evidente:
va incoraggiata la ricerca dedicata a sostenere l’uomo, non quella che punta a rimpiazzarlo.
Lo ha ripetuto per anni anche Stephen Hawking, preoccupato da una tecnologia che potrebbe diventare più veloce della nostra capacità di controllo.
Il progresso non va fermato.
Va orientato.
E deve rimanere nelle mani dell’uomo, non al di sopra dell’uomo.