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Matrix digitale: le mie riflessioni sul futuro della comunicazione

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Sono stato invitato dal gruppo QDV (Quei Del Vendre) per un incontro dedicato al futuro della comunicazione digitale e al rapporto tra informazione, tecnologia e libertà individuale. Davanti a una sala piena, ho condiviso una visione che definisco senza giri di parole “realistica e disincantata”.
A mio avviso, oggi viviamo in un contesto che ricorda da vicino l’immaginario di 1984 di George Orwell.

La frammentazione dell’attenzione e la crisi del pensiero profondo

La mia analisi parte dall’esperienza maturata in decenni di lavoro nella comunicazione e dal confronto con tre generazioni di studenti universitari. Sono convinto che il passaggio dall’analogico al digitale abbia creato una frattura profonda nel nostro modo di pensare e relazionarci con le informazioni.

Parlo spesso di attenzione parziale costante: un flusso continuo di notifiche, stimoli e micro-contenuti che impedisce di approfondire, riflettere e memorizzare. Secondo diverse ricerche internazionali, circa il 70% degli italiani fatica a sintetizzare un testo mediamente complesso. È un dato che conferma quella che considero una forma di “analfabetismo di ritorno”.

Informazione, potere e omologazione del linguaggio mediatico

Una parte centrale della mia riflessione riguarda la concentrazione del potere informativo. Ritengo che questo processo abbia radici storiche lontane e che oggi sia riconducibile a grandi gruppi economici globali.
Ho citato alcuni esempi e tendenze che, a mio avviso, mostrano come i capitali di pochi attori internazionali influenzino non solo i mercati, ma anche il modo in cui le notizie vengono selezionate, interpretate e diffuse.

Questa omologazione — volontaria o indiretta — finisce per uniformare il linguaggio dei media e ridurre lo spazio per un vero pluralismo informativo. Le mie considerazioni hanno suscitato un dibattito vivo e articolato con i presenti.

Intelligenza artificiale: potenza tecnologica e rischio di manipolazione

Ho poi affrontato il tema dell’intelligenza artificiale, che considero uno strumento straordinario ma privo di coscienza. La sua gestione nelle mani di poche grandi aziende espone gli utenti al rischio di condizionamento, soprattutto se la tecnologia diventa l’intermediario principale delle nostre decisioni.

Ho espresso anche le mie perplessità riguardo a progetti come identità digitale, sistemi di controllo delle comunicazioni e modelli urbanistici “a 15 minuti”. Se applicati senza adeguate garanzie, possono trasformarsi in strumenti di sorveglianza più che di semplificazione.

Ritrovare senso critico, educazione e comunità

La moderatrice, Maria Pia Simonetto, mi ha chiesto se vedessi segnali di speranza.
La mia risposta è sì: la prima forma di resistenza civile è la diffusione del senso critico. Non credo in piccoli partitini o movimenti estemporanei; credo invece nella costruzione di comunità, reti solidali, dialogo tra famiglie e scuole.

Per i più piccoli, la priorità per me è chiara: diminuire l’esposizione agli schermi. Bisogna farli scrivere, disegnare, costruire, utilizzare le mani. È così che si riattiva il pensiero profondo e si sviluppano capacità che la tecnologia tende ad atrofizzare.

Tecnologia, libertà e responsabilità: una sfida aperta

Pur delineando un quadro complesso, ho voluto concludere con un invito alla vigilanza e alla lucidità. La storia insegna che i grandi sistemi collassano sempre dall’interno, per perdita di coesione e degenerazione del potere. Il nostro compito, oggi, è mantenere viva la capacità di analisi e non rinunciare alla libertà interiore, anche in un mondo sempre più mediato dalla tecnologia.